Eliseo Mattiacci è nato a Cagli (Pesaro) nel 1940.
    Cosmo, pianeti, campi magnetici che aggregano e modificano la materia hanno sempre esercitato una profonda suggestione nell’immaginario di Eliseo Mattiacci, divenendo temi ricorrenti già nei lavori dei primi anni ’60 così come nelle azioni e nelle installazioni alla Tartaruga e all’Attico a Roma o, in seguito, nelle gallerie di Alexander Iolas a Parigi, Milano e New York. Tappe fondamentali di una vicenda espositiva scandita dalla presenza dell’artista in contesti di rilievo internazionale sono le sale personali alla Biennale di Venezia nel 1972 e nel 1988, le mostre al Kunstforum Städtische Galerie im Lenbachhaus a Monaco di Baviera nel 1984, al Museo di Capodimonte a Napoli nel 1991, ai Mercati di Traiano a Roma nel 2001, e la realizzazione del progetto Danza di astri e di stelle a Reggio Emilia nel 2006 con imponenti sculture collocate all’aperto.
    La Galleria dello Scudo, dopo una mostra site specific nell’inverno 2002, nel 2010 ha reso omaggio a Mattiacci proponendo una selezione di opere di grande formato realizzate tra il 1976 e il 2010, imperniate sul tema delle possibili relazioni tra terra, spazio e corpi astronomici, oggetto delle sue riflessioni da più di trent’anni.
    La “fabbrica del cosmo” è stata e continua ad essere il luogo immaginario in cui l’artista, in un costante rinnovamento, cattura le forme e le forgia in un dialogo continuo con gli elementi dell’universo e con le forze che lo governano.
    Di importanza centrale nella ricerca dell’artista è il Carro solare del Montefeltro, il primo lavoro realizzato dopo la metà degli anni ’80 nell’intento di codificare forme pensate per stabilire un contatto ideale con il mondo celeste. Se il movimento è quello stesso del primo mitico carro, come del primo passo umano, e la sua origine ideativa e iconografica scende dalla composizione pierfrancescana dell’allegoria trionfale retrostante il ritratto del Duca Federico da Montefeltro, recentemente esposto a Firenze, la grande scultura assomma in sé l’immagine di una processione laica e il senso dello sconfinamento oltre lo spazio definito.
    Proprio a ribadirne la forte valenza simbolica, Mattiacci decide di collocare la versione di maggiori dimensioni al centro di una delle più apprezzate sale alla XLIII Biennale di Venezia nel 1988, accanto ad altre sue opere di analoga ispirazione.
    Nel 2013 Germano Celant cura una ricca monografia, edita da Skira, che analizza l’intero percorso dell’artista documentandone le tappe con un ricco apparato fotografico e documentario.