Sironi, Mario (Sassari, 1885-Milano, 1961).
    La prima formazione artistica di Sironi avviene a Roma, dove il padre, ingegnere, viene trasferito nel 1886. Si iscrive alla facoltà di Ingegneria, ma interrompe gli studi per entrare alla Scuola Libera del Nudo presso l'Accademia di Belle Arti. A Roma conosce Melli e Balla e, nello studio di quest'ultimo, entra in contatto con Boccioni e Severini.
    Della fase giovanile rimangono rarissime tracce - Sironi ha distrutto quasi tutta la sua prima produzione - che testimoniano sperimentazioni divisioniste. Nel 1905-1906 risiede a Milano e, negli anni successivi (1908-1911), compie soggiorni a Parigi e in Germania. Nelle opere dei primi anni dieci mostra un orientamento sempre più deciso verso il Futurismo, del quale accoglie non tanto le ricerche dinamiche di Boccioni, quanto lo studio del rapporto spazio-volume basato sulla lezione costruttiva di Carrà e su quella cubista di Léger (Forze di una strada, 1911; Il camion, 1914). Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola nel Battaglione Volontari Ciclisti e Automobilisti (con Marinetti, Bucci, Boccioni, Erba, Funi, Piatti, Russolo, Sant'Elia). Dopo la smobilitazione, soggiorna per breve tempo a Roma, dove nel 1919 tiene la sua prima mostra personale alla Casa d'Arte Bragaglia; nel corso dello stesso anno si stabilisce a Milano.
    Nel 1920 firma, con Dudreville, Funi e Russolo, il manifesto Contro tutti i ritorni in pittura, e avvia la nuova tematica delle Periferie industriali o Paesaggi urbani. Nel 1922 dà inizio a una collaborazione, come grafico e illustratore, al "Popolo d'Italia", presso il quale nel 1928 assumerà la critica d’arte. È fra i fondatori del gruppo di “Sette pittori del Novecento”, sorto nel 1922 a Milano con l’appoggio di Margherita Sarfatti e del gallerista Lino Pesaro; con il gruppo milanese espone alla mostra del marzo 1923 presso la Galleria Pesaro, e partecipa alla Biennale veneziana del 1924, in cui presenta alcuni dei suoi più importanti dipinti (Architetto, 1922; L’allieva, 1924), impostati su una rigorosa scansione architettonica delle forme e dei volumi. Mantiene inizialmente una posizione discreta all’interno del Novecento italiano, per poi entrare a far parte del comitato direttivo, esponendo a tutte le mostre del “Novecento Italiano” in Italia e all’estero. All’inizio degli anni trenta, perseguendo un ideale di arte in funzione etica e civile, Sironi avvia un’attività di allestimento di mostre occupandosi allo stesso tempo degli aspetti pittorici, scultorei e architettonici (IV Triennale di Monza, 1930; Mostra della Rivoluzione fascista di Roma, 1932).
    Nel 1933 fa parte del direttorio della V Triennale di Milano, insieme a Giò Ponti e a C.A. Felice; in questa occasione dirige la realizzazione delle grandi opere di pittura murale, affidate ai maggiori nomi della pittura italiana, e dipinge, nel Salone delle Cerimonie, il vasto dipinto murale Il lavoro o Le opere e i giorni, intervenendo contemporaneamente sulla stampa con numerosi articoli in difesa del valore e del significato civile della pittura murale (tra cui il Manifesto della pittura murale, sottoscritto da Campigli e Carrà, pubblicato su "Colonna" il 1° dicembre 1933). Nella seconda metà degli anni trenta esegue grandi cicli celebrativi pittorici, musivi e scultorei (Aula Magna dell'Università di Roma, 1935; Palazzo di Giustizia di Milano, 1936; Aula Magna l'Università Cà Foscari di Venezia, 1937; Palazzo delle Poste di Bergamo, 1938; Palazzo dei. Giornali di Milano, 1939-42). Nel dopoguerra, con la forzata rinuncia all' attività legata alla committenza pubblica, Sironi continua a lavorare in posizione sen più appartata, riprendendo spesso i temi delle periferie urbane, che affronta con un più vibrante cromatismo, e realizza tele dalle quali traspaiono la vocazione alla monumentalità e l'originaria destinazione murale.
    Negli anni cinquanta la sua ricerca approda a nuove soluzioni: nella serie delle Moltiplicazioni, composizioni di oggetti e frammenti di paesaggio vengono inseriti in spazi articolati e sovrapposti.
    Rifiuta nel 1952 una mostra personale alla Biennale, ed espone invece alla Galleria del Cavallino di Venezia. Nel 1954 ottiene il Premio Luigi Einaudi dall'Accademia di San Luca - di cui nel 1956 sarà eletto membro per acclamazione - e la medaglia d'oro per i "benemeriti della cultura" dal Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1960 dà vita alla serie estrema delle Apocalissi.
    Muore il 13 agosto 1961 a Milano, dopo avere ottenuto il Premio Città di Milano.


    Francesca Dogana in La pittura in Italia. Il Novecento (1900-1945), Milano, 1997.