Eliseo Mattiacci, fabbrica del cosmo con fotografie di Claudio Abate - Galleria d'arte - Galleria dello scudo

Eliseo Mattiacci, fabbrica del cosmo

con fotografie di Claudio Abate

12-12-2010 / 30-04-2011

Cosmo, pianeti, campi magnetici che aggregano e modificano la materia hanno sempre esercitato una profonda suggestione nell’immaginario di Eliseo Mattiacci, divenendo temi ricorrenti già nei lavori dei primi anni ’60 così come nelle azioni e nelle installazioni alla Tartaruga e all’Attico a Roma o, in seguito, nelle gallerie di Alexander Iolas a Parigi, Milano e New York. Tappe fondamentali di una vicenda espositiva scandita dalla presenza dell’artista in contesti di rilievo internazionale sono le sale personali alla Biennale di Venezia nel 1972 e nel 1988, le mostre al Kunstforum Städtische Galerie im Lanbachhaus a Monaco di Baviera nel 1984, al Museo di Capodimonte a Napoli nel 1991, ai Mercati di Traiano a Roma nel 2001, e la realizzazione del progetto Danza di astri e di stelle a Reggio Emilia nel 2006 con imponenti sculture collocate all’aperto.

La Galleria dello Scudo, dopo la mostra site specific dell’inverno 2002, torna a rendere omaggio a Mattiacci proponendo una selezione di opere di grande formato realizzate tra il 1976 e il 2010, imperniate sul tema delle possibili relazioni tra terra, spazio e corpi astronomici, oggetto delle sue riflessioni da più di trent’anni. La Fabbrica del cosmo è stata e continua ad essere il luogo immaginario in cui l’artista, in un costante rinnovamento, cattura le forme e le forgia in un dialogo continuo con gli elementi dell’universo e con le forze che lo governano.

La rassegna si apre con il dittico Sole e luna concepito nel 1976, quando la ricerca dell’artista, ancora di forte valenza concettuale, presenta frequenti rimandi a culture antiche. C’è, alla base, la consapevolezza che ogni pensiero e ogni processo creativo si compiano entro le coordinate del giorno e della notte; “la vita stessa è la manifestazione di un’energia di cui il sole, la luna e il cosmo intero sono dinamo attive; è infatti a essi che le civiltà antiche hanno sempre guardato lasciando testimonianze imperiture del rapporto dell’uomo con gli astri” (Bruno Corà, 1991).

Nel polittico Predisporsi a un capolavoro cosmico astronomico datato 1981-82, composto da cinque grandi elementi su cui trovano un ordine apparente lembi di carte disegnate e strappate, veloci pianeti e piccoli, guizzanti satelliti attraversano, percorrendo traiettorie impossibili, cieli rosa e azzurri, la cui trasparenza è esaltata dalla raffinata tecnica esecutiva del frottage. “Mattiacci disegna molto. Procede per sequenze, dotate d’un ordine interno incodificabile ma preciso. Disegna perché il suo tatto vorace innesca uno scambio anche fisico con la carta, con la grafite, con il colore (penso… alla nascita elaborante di Predisporsi a un capolavoro)… Disegna ciò che saranno, o potrebbero essere, i lavori. Astraendo d’un colpo dalla spinta sensoriale dei materiali, delle forme, delle situazioni: ma mantenendo inalterato – e ritrovando tenacemente nel segno, nella sua basculante velocità di registrazione e metamorfosi – il valore complesso ed erratico di quel rapporto, fatto d’umori sapori e bave d’una sintassi continuamente sotto scacco” (Flaminio Gualdoni, 1985).

Negli anni ‘80 Mattiacci riprende tematiche degli esordi, rilanciando con più vigore la sfida alle leggi della fisica. Il fascino di questi nuovi lavori risiede soprattutto nello scarto tra la pesantezza dei corpi e la leggerezza dell'effetto visivo prodotto dalla loro precaria combinazione. Come in Sfera del 1965 non trionfano masse compatte ma un groviglio di filo spinato tramato di vuoto, così in Cosmogonia, concepita nel 1985, è la levità al centro della composizione. La grande spirale, tracciata da un tondino d’acciaio che si alza da terra per protendersi verso l’infinito, nell’ambito ristretto di una stanza disegna l’orbita dei pianeti nel loro gravitare perenne.

Fulcro della mostra è Carro solare del Montefeltro, il primo lavoro realizzato dopo la metà degli anni ’80 nell’intento di codificare forme pensate per stabilire un contatto ideale con il mondo celeste. Un binario sorregge due grandi dischi attraversati da un asse che seguita incurvandosi verso l’alto a sorreggere un elemento straniante, un terzo corpo discoidale, più piccolo di diametro e inclinato trasversalmente come un “fulmine-ombrello”. È proteso verso il cielo, quasi attendesse un lampo per captarne l’energia, quell’energia che Mattiacci “sente ovunque attorno a sé e con la quale, come pochi altri scultori del nostro tempo, ha imparato a dialogare” (Fabrizio D’Amico, 2002). Se il movimento è quello stesso del primo mitico carro, come del primo passo umano, e la sua origine ideativa e iconografica scende dalla composizione pierfrancescana dell’allegoria trionfale retrostante il ritratto del Duca Federico da Montefeltro, la grande scultura assomma in sé l’immagine di una processione laica e il senso dello sconfinamento oltre lo spazio definito. Proprio a ribadirne la forte valenza simbolica, Mattiacci decide di collocarla al centro di una delle più apprezzate sale alla XLIII Biennale di Venezia nel 1988, accanto ad altri suoi lavori di analoga ispirazione, quali Lente solare del 1987 ed Esplorazione magnetica dell’anno successivo.

Il percorso prosegue quindi con lavori dei decenni successivi. Collisione del 1995-1996 accoglie in sé motivi ispiratori di interventi in contesti paesaggistici e architettonici di particolare suggestione, come l’immenso disco sospeso nell’azione-installazione Un ascolto di vuoto al Passo del Furlo nei dintorni di Pesaro nel 1992 o il gigantesco Gong del 1992-1993 che catturava lo sguardo ai Mercati di Traiano a Roma nel 2001. Scrutare il cosmo del 2004 è ancora una volta una macchina per captare segnali da molto lontano. Tempo globale, anch’esso del 2004, rinnova la tensione ad annullare la forza di gravità, tramutando il peso di un corpo celeste, in orbita dalla notte dei tempi, in aerea leggerezza.

Chiude la rassegna Ricerca intenzionale di meteoriti, un’installazione concepita espressamente per questa mostra veronese. Blocchi di pietra lavica di varia grandezza sono proposti così come appaiono in natura, quindi non alterati dalla mano dell’uomo. In un ambiente immerso in un buio siderale i massi, scelti per la bellezza delle screziature rossastre dovute a ossidazioni e ad aggregazioni minerali, diventano meteoriti immaginari in viaggio nel vuoto o fermi in una metafisica staticità.

Fotografie di Claudio Abate, interprete di primo piano della scena artistica contemporanea e autore di scatti memorabili, affiancano le opere esposte, stabilendo una serie di confronti con altri lavori di Mattiacci fermati dall’obiettivo, in un originale cortocircuito tra passato e presente. Durante la rassegna  è stata presentata la monografia a cura di Germano Celant, edita da Skira, che ricostruisce l’intero percorso artistico e biografico di Mattiacci grazie a un ricco apparato iconografico e documentario.