Giuseppe Spagnulo, terra cotta a cura di Bruno Corà - Galleria d'arte - Galleria dello scudo

Giuseppe Spagnulo, terra cotta

a cura di Bruno Corà

13-12-2014 / 30-04-2015

Negli ultimi due anni l’esigenza di tornare a plasmare le argille ha indotto Giuseppe Spagnulo a rinnovare l’impegno nella scultura ripercorrendo i sentieri originari della sua iniziazione artistica quando, giovanissimo, nella fornace della bottega del padre maestro vasaio a Grottaglie in Puglia, elabora le prime crete, avviandosi lungo un percorso che lo avrebbe poi condotto a studi più disciplinati all’Istituto della Ceramica di Faenza, centro vitale per la sperimentazione sui materiali ad “alta temperatura”. Trasferitosi a Milano nel 1959 per frequentare l’Accademia di Brera, collabora con l’amico Nanni Valentini nella realizzazione di alcune opere di Lucio Fontana di cui frequenta lo studio. Nel capoluogo lombardo entra in contatto con Tancredi e Piero Manzoni, intensificando l’interesse per l’informale che ispirerà gran parte del suo iniziale percorso.
Dopo l’esordio al Salone Annunciata a Milano nel 1965, dove a opere in grès si affianca una piccola scultura in legno, e alcune personali tra il 1968 e il 1971, tappe fondamentali di una vicenda espositiva scandita dalla presenza in contesti di rilievo internazionale sono la partecipazione alla XXXVI Biennale di Venezia nel 1972 con tre imponenti lavori in acciaio corten ai Giardini, e l’invito all’edizione del 1986.
Negli anni Settanta e Ottanta l’attività espositiva all’estero lo vede presente in Corea, Olanda, Svizzera e Germania. Di rilevante importanza sono le numerose mostre nei più importanti musei tedeschi: Kunsthalle Bielefeld nel 1978, Nationalgalerie di Berlino e Kunstverein Braunschweig nel 1981, Städtische Galerie im Lenbachhaus a Monaco di Baviera l’anno dopo, Lehmbruck Museum a Duisburg e Kunstverein ad Amburgo nel 1985, Museum Ostwall a Dortmund e Württembergischer Kunstverein di Stoccarda nel 1991. All’inizio degli anni Novanta gli viene assegnata la cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Stoccarda a seguito del grande successo riscontrato dal suo lavoro. Di particolare significato è l’esposizione E se venisse un colpo di vento? curata da Luca Massimo Barbero alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia nel 2005, che l’anno prima ha accolto nel Nasher Sculpture Garden l’imponente scultura in acciaio Torri concepita nel 1999, di ben cinque metri di altezza.
La Galleria dello Scudo presenta la prima personale dell’artista interamente dedicata alla terracotta per documentare questa sorprendente nuova fase della sua scultura, con la ripresa esplicita di forme spesso in scala ambientale che dà conto sia della necessità di concretezza e di fisicità del linguaggio plastico, sia di un bisogno di antica manualità.
La mostra si apre con Rosa dei venti del 2012, prodigio plastico che denuncia un impeto delle forze naturali tale da travolgere gli elementi costitutivi del corpo circolare, ridotto a inquietante rovina annerita dal fuoco. Terramoto e Turris, sempre del 2012, sono prova, in antitesi con l’orizzontalità dei Paesaggi realizzati nel 1976 come superfici a pavimento composte di argille e mattoni, dell’accentuata verticalità di alcune opere in terracotta di grandi dimensioni del biennio 2012-2014, ostentando ora equilibri apparentemente instabili, quasi in procinto di rompersi, ora il precario ricomporsi dei frammenti di un edificio arcaico.
Così Terramoto, pur tradendo l'imminenza di un sisma interno alla massa investita dall'emotività dello scultore, si erge in realtà sottraendosi alle leggi della natura tenendo ben saldi i blocchi variopinti di cui si compone. In Turris l’acquiescenza della terracotta a ricevere ogni minima impronta offerta dalla mano dell’artefice, quindi ben altra cosa dalla resistenza e dalla pesantezza di quel metallo industriale tante volte forgiato, si presta a un’intenzione figurale che rimanda a forme archetipiche di immediata riconoscibilità simbolica e di forte presa emozionale. L’opera, franta e dolorosamente evocativa di tragici eventi della storia, si ricompone quindi grazie alla mano dello scultore che agisce con impeto e con rabbiosa aggressione in un drammatico, continuo confronto con la materia. Due lavori dalle superfici sofferte, ben lontane dalla costruzione di piani in sequenza che identifica il boccioniano Quelli che vanno eseguito due anni dopo.
La circolarità come esigenza di delimitare lo spazio entro cui agisce l’artista, ovvero il “paesaggio”, è perentoriamente significata in Fine d’Io datata 2013: zolle di argilla pressate e assottigliate sono solcate da impietose fenditure ortogonali che vorrebbero aprirsi a lacerazioni più profonde se non fossero trattenute dalla dolorosa sutura del filo di ferro. Ancora, Panorama scheletrico del mondo del 2014, imponente e minacciosa costruzione inscritta in un cerchio che la trattiene quasi a rasentare la concavità, rimanda allo scontro degli elementi scavati con prepotenza, in una dialettica insanabile tra forze centrifughe e centripete. Tornano le ferite, che gli ossidi enfatizzano con superba vigoria cromatica. Da situazione terrena a condizione dello spirito è il passaggio cui tende l’artista con Trasfigurazione, un lavoro a parete anch’esso del 2014. La materia si raggruma, le forme quasi perdono i connotati, il colore della terracotta ingobbiata si uniforma nel cupo presagio della morte. Mentre i tre coevi elementi Da I volti del dio Penn, ispirati a una divinità di origine celtico-ligure, rimandano a una numenicità “naturale”, di sembianze umane impresse nella pietra.
Le sculture sono affiancate da carte dipinte, o meglio “scolpite”, mediante sabbie di origine vulcanica, ossidi di ferro, carbone, connotate da impeti e scatti spesso eccitati dal rosso di cadmio, pronti a lacerare l'integrità delle superfici violate, perforate, strappate, in cui appare evidente come l’azione formativa di Spagnulo abbia raggiunto “l'intensità di una liturgia panica e sciamanica” (Bruno Corà). Nei grandi fogli esposti, il senso dinamico della composizione si estende in programmi iconografici esenti da una figurazione esplicita, ma non per questo meno eloquente né priva di un fortissimo pathos elaborativo. È il caso di Ombra dell’amore - il lutto e Icaro del 2013-2014: il supporto cartaceo, per l’alta percentuale di cotone e la densità degli impasti a base di fibre naturali, non sempre resiste all’urto dell’azione pittorico-plastica dell’artista.
Erede di quella plastica che dopo Medardo Rosso ha avuto interpreti autorevoli in Arturo Martini, Lucio Fontana, Leoncillo e Fausto Melotti, quella di Spagnulo si afferma oggi come una delle più efficaci e convincenti lezioni di scultura nel panorama internazionale. È un pronunciamento che rende emblematica la sua statura tra le personalità celebrate negli ultimi quarant’anni, come gli europei Cragg e Baselitz, o gli americani Morris e Serra.
Per l’occasione la Galleria dello Scudo ha pubblicato un catalogo in tre lingue, introdotto da un saggio di Bruno Corà, curatore della mostra e autore della monografia sull’artista edita da Gli Ori nel 2013, arricchito da un’intervista di Luca Massimo Barbero che amplia con nuovi approfondimenti l’indagine sull’opera di Spagnulo affrontata in passato. Il volume è corredato dagli scatti di Claudio Abate, testimone di primo piano della scena artistica contemporanea.